Da Repubblica(07-06-2008 ): La sinistra senza ideologia
NADIA URBINATI
“[...]Ma l´ideologia non è solo fideismo mentre, d’altro canto, non è tramontato il bisogno di ideologia proprio perché le esperienze, le frustrazioni e le speranze che ci portiamo dietro quando andiamo (o non andiamo) a votare hanno bisogno di essere legate in un discorso compiuto che ci consenta di trascendere la nostra esperienza personale per riconoscerci come parte di un progetto pubblico più vasto e per riconoscere i nostri rappresentanti. Un popolo di elettori dissociati non è per se stesso capace di iniziativa politica. Ma una democrazia rappresentativa non è una folla di elettori dissociati come atomi, bensì una collettività di cittadini capaci di iniziativa politica, di giudizio e azione critica. L´iniziativa politica si avvale di un discorso compiuto nel quale gli attori (le idee e i loro portatori) devono poter essere riconoscibili per essere scelti e valutati. Ecco perché le democrazie rappresentative hanno un bisogno strutturale di ideologia. Hanno bisogno di punti di riferimento simbolici o ideali che consentano di raccogliere in unità i nostri interessi concreti e le nostre singole opinioni, distinguendoli da quelli di altri. È semplicemente insensato pensare che la democrazia possa esistere senza ideologie. Insensato e assurdo perché se davvero noi votassimo per candidati con i quali non ci sono legami ideali, non potremmo neppure operare alcun controllo indiretto su di loro, né quindi giudicarne l’operato a fine mandato. Senza una politica delle idee non c’è posto per il mandato politico.[...]“
Un progetto politico serio non può considerare l’elettore come un entità inerte e passiva il cui consenso, fastidiosa ma necessaria condizione per il raggiungimento dello scopo, deve essere opportunamente diretto e incanalato. Le lusinghe dell’ideologismo, la facilità e la velocità dei cambiamenti che promette sono infatti un’arma a doppio taglio, efficace indipendentemente dagli scopi di chi la usa. Affermare che la democrazia non può esistere senza ideologie è un modo per sostenere, senza dire, che il popolo non può e non deve governare. Insinua che il compito del politico è quello di inculcare il proprio scopo in una massa eternamente scema e senza altre speranze (o di omologarsi ad essa). Nega, di fatto, la possibilità dell’esistenza di una democrazia matura.
La convinzione che gli elettori siano come gli ingredienti per fare una torta è diffusa almeno quanto l’illusione che la prelibatezza del risultato finale dipenda solo dall’abilità del cuoco. Tuttavia per essere farina, alla sabbia non basta la convinzione. E, per di più, il popolo non è un oggetto da manipolare ma è l’attore fondamentale e il fine di qualunque processo democratico.
La necessità di riferimenti per le decisioni del cittadino non è una buona scusa per fabbricarne ad arte. La storia, così come c’è stata raccontata, mostra che affidare, tramite l’ideologia, le sorti di un intero paese ad un unico capobranco è avventata e stupida. E’ la vecchia idea dell’aiuto missionario che spesso nasconde il progetto di dominio e controllo, d’instaurazione e conservazione del potere. Secondo questa dottrina, l’aiuto deve essere concepito in modo da non neutralizzare completamente il bisogno (o da crearne di nuovi) perché è di esso che si nutre il controllo. Le sorti del branco sono importanti solo in funzione della sopravvivenza del capobranco.
Il fatto che il popolo, allo stato delle cose, non sia in grado di orientarsi, se non tramite riferimenti ideologici, non autorizza un politico onesto a dimenticare che le persone e le loro sorti sono il fine ultimo di ogni suo progetto. In quest’ottica, la realizzazione di un programma che sacrifichi il suo scopo non ha significato pratico. Egli deve contribuire alla creazione di quelle condizioni che rendano possibili valutazioni razionali che prescindano dai convincimenti ideologici. Investire sull’irrazionalità è una mossa suicida.
Al di fuori dei convincimenti ideologici, non manca la possibilità di valutare e criticare l’azione di una persona, né scarseggiano le opportunità di costruirsi una propria identità. Affermare il contrario è pura propaganda. Si pensi ad esempio alla gestione di un qualunque progetto scientifico od ingegneristico. Gli sforzi sono convogliati nella decisione ragionata dei criteri in base ai quali operare (che poi sono quelli che qualificano il progetto). Una gestione accorta discute della scelta di questi criteri e non dei preconcetti a cui credere preventivamente. Ciò che l’assenza di ideologia cambia in uno stato democratico è che il controllo che il popolo esercita sui suoi governanti non è amministrato in base all’aderenza a questa o quella credenza, ma in virtù della verifica dei risultati in base ai criteri di programma.
In definitiva, ancora una volta, la scelta è quella tra un paese medievale ed un paese moderno, tra un popolo stupido ed uno maturo. Si tratta insomma di decidere se vogliamo sprecare o meno le opportunità che la storia ci regala.