Le recenti polemiche sulle esternazioni in video di Marco Travaglio sono un ottimo spunto per riflettere su alcune problematiche relative all’informazione nel nostro paese.
Per prima cosa, a prescindere dalle considerazioni di merito, risalta evidente l’importanza del mezzo televisivo come veicolo d’informazione. Allo stato delle cose le parole scritte sulla carta stampata non hanno la stessa risonanza di quelle pronunciate in televisione, od almeno è questa la convinzione da cui prende le mosse l’azione politica dei nostri governanti.
Occorre poi analizzare la questione calda del dibattito, ovvero la liceità delle affermazioni del giornalista. La questione, in linea teorica, è controversa e si riconduce, nella sostanza, all’idea di giornalismo, camminando il sentiero evanescente della libertà d’informazione. Già, perché, come ogni altra libertà all’altrui presenza, anche questa non può essere assoluta. Il discorso, se ce ne fosse bisogno, è complicato dal fatto che l’informazione oggettiva ed i cosiddetti fatti non esistono e che, quindi, tracciare il confine è talvolta estremamente difficile. Fortunatamente, in questo disordine, la giurisprudenza fornisce gli strumenti per stabilire alcuni punti fissi, che seppure contestabili in linea di principio, devono essere accettati come tali. Qualora la giustizia decida che il comportamento del giornalista è stato illecito, la vittima dovrebbe essere risarcita in modo equo del danno che ha subito. L’eventuale disparità nel trattamento di diffamato e diffamatore (che pure andrebbe sistemata) non giustifica eventuali restrizioni alla libertà d’informazione. Anche la potenziale stoltezza del destinatario dell’informazione non può e non deve essere un alibi della censura. Se il popolo è stolido e credulone, certo non gli giova essere messo in una riserva come fosse una specie protetta.
Detto questo non è vietato criticare la tempistica, l’utilità ed i modi assieme arroganti ed offensivi delle esternazioni di Marco Travaglio.