La politica del ragionamento

E’ opinione diffusa che la buona politica si debba alimentare di grandi sogni ed ideali e che un politico sia tanto più da stimare quanto più, in ogni situazione, sia capace di prestar fede ai suoi convincimenti.
Usualmente questo tipo di coerenza è apprezzato a prescindere dalla genesi di tali convincimenti.
Non solo; spesso questo tipo di valutazione riguarda i contenuti più che il metodo.
In quest’ottica il cambiamento di opinione, a prescindere dalle sue ragioni, è visto con una certa diffidenza e spesso catalogato come becero atto di trasformismo.
Questa visione è incoraggiata dalla politica stessa che individua nelle grandi credenze un modo semplice e poco faticoso per smuovere ed appassionare le persone.
Per coinvolgere degli individui, altrimenti svogliati e disinteressati, è assai più facile porre un invitante miraggio all’orizzonte che procedere con una paziente operazione di convincimento razionale.
Si cerca perciò di coinvolgere emotivamente le persone, in maniera che possano consegnare nelle sapienti mani del politico il potere per fare ciò che va fatto. Poco importa, poi, che le ragioni per cui la folla si è mossa siano le stesse del potere. E poco importa che questa strategia suicida sia fortemente agevolata dall’ignoranza diffusa.
Questo ragionamento ha però dei limiti evidenti: la demagogia è una trappola da cui è difficile scappare e diventa un ostacolo importante nel momento in cui si debbono prendere le decisioni importanti che, in una democrazia, necessariamente finiscono per scontentare qualcuno.
Di più; la realtà sia interna che esterna ad una comunità non è statica ma è mutevole.
Una buona azione politica deve essere capace di interpretare questi cambiamenti ed adattarvisi.
Così come lo è per ogni essere vivente, la capacità di adattamento è una condizione necessaria per il benessere se non la sopravvivenza stessa di una società.
La venerazione della coerenza del ceto dirigente, se estesa dal metodo ai contenuti, implica per quest’ultimo l’incapacità di prendere decisioni a partire da un’analisi critica delle situazioni o, perlomeno, la certezza che tali decisioni non saranno comprese dalla base.
Per questo un politico che sia genuinamente interessato al bene comune, non può affidarsi alla demagogia ma deve stimolare le forze razionali del proprio elettorato.
Egli deve essere in grado di spiegare ai propri concittadini le ragioni ed i fini dell’azione di governo.
Se fallisce in questo intento didattico o se sceglie la facile via del populismo, non andrà lontano.

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