28 Maggio 2008
Il consenso è condizione non necessaria e non sufficiente alla prova di qualsivoglia tesi scientifica: esso nulla toglie e nulla aggiunge alla sua validità.
Chiunque citi l’unanime consenso a sostegno di una tesi non sta facendo scienza ma propaganda politica.
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28 Maggio 2008
Supponiamo che al signor G. Marmellata sia affidata la gestione di una grande regione boschiva a forte rischio incendi e che questi, essendo al corrente del pericolo, utilizzi la maggior parte del denaro a propria disposizione per organizzare prevenzione e spegnimento dei fuochi. Il sistema è così efficiente che i focolai, con pochissime eccezioni, sono estinti sul nascere e per anni la tranquillità del bosco resta inviolata. Tuttavia mentre la foresta prospera e, infittendosi, diventa sempre più tenebrosa, crescono a terra solo quelle piante che si accontentano di poca luce. Al riparo dalla pesante devastazione degli incendi, si diffondono abbondantemente quelle specie che sono meno resistenti al fuoco. Inoltre con l’addensarsi della vegetazione, la competizione si fa sempre più selvaggia e, con il tempo, i resti delle vittime si ammassano ai piedi di chi resta. All’ombra delle piante più grandi si accumula, così, materiale combustibile con densità maggiori di quelle che caratterizzavano la regione quando ancora era consumata da frequenti, ma circoscritti, fuochi di moderata intensità. Inoltre la morte di alcuni alberi permette qua e là una maggiore penetrazione della radiazione solare, che scalda ciò che giace sul terreno. Con il passare del tempo, si formano anche pericolose cataste che collegano il suolo con gli strati più alti della foresta. Un brutto giorno una di queste pile si incendia e, nell’abbondanza di combustibile, il fuoco divampa. I pompieri, anche ostacolati dal selvaggio intrico di vegetali morti, non riescono a contenere le fiamme che, sospinte dal forte vento, divorano il bosco. Quando l’incendio è finalmente domato, la devastazione è impressionante. Il signor G. Marmellata, affranto, si presenta allora in conferenza stampa e, ricordando i grandi successi degli anni della sua gestione, incolpa la sfortuna ed i cambiamenti climatici.
Questa storia è un’invenzione, non prova nulla e non ha la benchè minima pretesa di rigore scientifico. Tuttavia offre uno spunto per riflettere sul fatto che agire su di un sistema complesso in base ai propri pregiudizi non offre alcuna garanzia di risultato.
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Pubblicato da apatosauro
23 Maggio 2008
La “ricchezza” non si crea né si distrugge. Quando qualcuno guadagna, qualcuno (o qualcosa) perde. Chi non paga le tasse si arricchisce derubando la collettività. E’ un ladro e come tale dovrebbe essere trattato.
Spesso siamo quello che di peggio si dice di noi, ma attenzione che il sogno anarcoide dell’italiano medio resta idilliaco solamente finché c’è qualche pirla che lo può pagare. Per il parassita, svenare troppo le proprie prede può essere letale.
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Pubblicato da apatosauro
17 Maggio 2008
La prova che la politica della credenza non sia garanzia di risultato può essere cercata nella ben nota vicenda di Gesù Cristo. Qualunque fosse il suo messaggio originario, quello che è dato sapere è che è stato più volte interpretato e manipolato con gli esiti più disparati. Difficile è immaginare che gli effetti delle prediche fossero quelli realmente auspicati dal predicatore, almeno in considerazione della loro quantità. Ad ogni modo è utile concentrare l’attenzione sul perché siano state possibili tante differenti manipolazioni. E’ possibile ipotizzare che la ragione di ciò sia d’ascriversi alla natura irrazionale del messaggio che è stato tramandato. Importanti in quest’ottica possono essere stati i filtri che hanno raccolto la testimonianza dell’uomo in testi scritti, in grado di superare la prova degli anni. Così come fondamentale può essere stata la selezione che di questi testi è stata fatta in seguito. Occorre chiedersi, però, se e come si sarebbero potute prevenire alcune di quelle libere interpretazioni. La risposta non è facile. Si può però supporre che sarebbe stata più ardua la manipolazione di un ragionamento rigoroso e razionale (per quanto difficilmente realizzabile e recepibile all’epoca) che per arrivare alle conclusioni partisse da assunti primitivi (si pensi ad esempio alla maggiore difficoltà rappresentata dall’alterazione del pensiero contenuto in un testo di geometria dell’antica Grecia). Resta comunque da dire che la possibilità di manipolare con successo un messaggio è tanto minore quanto più senso critico ha il suo destinatario. Ed è opportuno notare che parlare di uomini non è come dimostrare un teorema di geometria.
Quello che rimane evidente è tuttavia l’inopportunità di legare un qualsiasi messaggio ad un movente irrazionale. Quando un convincimento prescinde dalla ragione esso può essere sofisticato in maniera impercettibile senza il minimo sforzo intellettivo.
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Pubblicato da apatosauro
17 Maggio 2008
Il principio di precauzione è spesso applicato a prescindere da una corretta valutazione rischi-benefici. Chi vi ricorre, spesso sedotto dall’urgenza del problema che vuole risolvere, si dimentica di considerare a fondo gli effetti collaterali. Sembra questo il caso di chi per risolvere un’emergenza, propone una soluzione che comporta la violazione della legge. Non è difficile capire come infrangere le regole che sono alla base della costituzione di un sistema allo scopo di preservarlo sia una scelta poco lungimirante. Spesso si sente dire che il politico deve essere al di sopra di ogni sospetto e che un avviso di garanzia è un buon motivo per lasciare. Le dimissioni per precauzione sono un obbligo morale nel rispetto delle istituzioni e dei cittadini. Tuttavia né la pachidermica lentezza dell’apparato giudiziario né il principio di precauzione possono giustificare la violazione dei diritti fondamentali alla difesa di un qualunque cittadino, politici inclusi. Infatti a ben vedere, una persona per legge è presunta innocente finché non è provato il contrario. L’unico metodo ortodosso per risolvere la questione è celebrare i processi nel minor tempo possibile sempre però garantendo accusatore ed accusato. Sacrificare sull’altare dell’onestà percepita il principio d’uguaglianza dinnanzi alla legge solo perché il sistema funziona male non può che sortire l’effetto di farlo funzionare ancora peggio. L’anarchia della giustizia fai da te non solo nuoce a chi la subisce e la applica, ma anche compromette pesantemente la credibilità dell’istituzione giudiziaria. Nessuno stato può permettersi di pagare un prezzo così alto, nemmeno se l’alternativa è tenere nelle stanze del potere una persona potenzialmente colpevole per il tempo del processo.
Un’altra questione riguarda il flebile confine che c’è fra la libertà d’informazione e il diritto alla riservatezza del singolo. Molti ritengono che un politico, in considerazione del ruolo che ricopre, non possa godere del diritto alla riservatezza. Si capisce che anche questo non è un sacrificio che uno stato possa compiere tanto alla leggera. “La legge è uguale per tutti” non è un principio che si può applicare a singhiozzo, quando fa comodo o quando è opportuno. E’ un principio che deve valere per tutti. Infrangerlo anche una sola volta per una sola persona, significa minarlo alla base e spogliarlo, di fatto, di ogni suo valore.
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Pubblicato da apatosauro
17 Maggio 2008
Il clima asfittico e la devastazione intellettuale, che dominano il campo delle quotidiane battaglie fra ideologie, sono forse il pericolo più grande per il benessere dei cittadini di questo paese.
Questa minaccia è aggravata dal fatto che il languore mentale che ne deriva (che coinvolge tutti, nessuno escluso, a partire da coloro che arrogantemente se ne sentono immuni) inibisce la ricerca di soluzioni razionali anche al di fuori degli ambienti istituzionali.
Le drammatizzazioni continue, l’utilizzo della paura come grimaldello e l’affannosa ricerca ad ogni costo del coinvolgimento emotivo hanno reso difficile il crescere del consenso attorno ad aggregazioni civili capaci di esercitare un pensiero critico.
L’esasperazione dei sentimenti e la mortificazione della ragione hanno portato, invece, al prevalere di quei soggetti che hanno fatto di odio e paura una bandiera.
La politica dell’appartenenza e del tifo ha consegnato anche la società civile in mano alle sue pulsioni più primordiali.
Il dissenso verso le istituzioni si è condensato religiosamente attorno a personaggi dalla furia cieca, che costituiscono la naturale estensione di quegli stessi metodi che essi attaccano con foga.
Le loro aggressioni, essendo solo sterili insulti da stadio, non promuovono quel pensiero critico di cui la società ha bisogno. Anzi lo reprimono ulteriormente, finendo per favorire il malessere che goffamente tentano di combattere.
In sostanza, la politica delle ideologie ha incoraggiato nella società un incessante confronto simile a quello che avviene tra tifosi di squadre di calcio, in cui la fedeltà è più importante degli argomenti.
E’ su questo che si gioca la possibilità dell’Italia di essere un paese moderno. E’ ora di smettere di credere che un’Italia di furbi ladri ignoranti possa magicamente crescere, diventare e restare un paese ricco e moderno. La natura ci insegna, infatti, che il rapporto predatori-prede non può essere arbitrario.
La politica deve rendersi conto che non è possibile cambiare un paese con l’inganno e senza la volontà consapevole dei suoi cittadini. Desiderare un popolo ignorante ed instupidito significa inevitabilmente porre fra la società ed il suo benessere una barriera.
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Pubblicato da apatosauro
17 Maggio 2008
Nessuno è immune dall’influenza della televisione. Nessuno. Pensare di essere superiori, così forti da non lasciarsi influenzare, è il primo sintomo della manipolazione. E’ la linea di demarcazione fra l’assenza di pensiero critico e la sua presenza.
Perfino chi sfrutta la televisione per i propri scopi, ne è grandemente influenzato.
Anestetizzare la circolazione d’idee nel paese significa, infatti, uccidere uno dei più importanti strumenti della buona amministrazione. La conseguenza è un potere stupido e, laddove anche questo non fosse, il risultato è l’arenarsi dell’azione di governo nei bassi fondali in cui ha deciso di navigare, perché la politica può indicare la direzione, ma è il paese tutto che deve muoversi. Il re senza il suo popolo è nudo e l’inganno è un alleato incline al tradimento.
Alla luce di queste semplici considerazioni, un buon governante deve trattare le persone come esseri raziocinanti, senza minimamente temere il pluralismo .
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Pubblicato da apatosauro
16 Maggio 2008
Dal blog di Beppe Grillo, si legge:
“L’informazione si sta spostando in Rete, tutti siamo giornalisti, tutti siamo editori, tutti siamo registi. E’ solo una questione di tempo. In Rete chi mente è perduto, le vecchie regole dell’informazione non valgono più.
Nei prossimi anni assisteremo a uno scontro diretto, a una escalation tra i vecchi media e la Rete, tra la politica e la Rete. Ma sono già sconfitti, questo mi rende felice e mi fa sentire in pace.”
Sebbene sia difficilmente contestabile che la rete Internet sia diventata un importante mezzo d’informazione ed un formidabile strumento per la libera circolazione di idee, sembra arduo dimostrare che i navigatori utilizzano la libertà d’espressione accordatagli al solo scopo virtuoso di diffondere la “Verità”. A pensarci bene, non è nemmeno così facile provare che la “Verità” esiste ed è una sola. Meditando un attimo, si può immaginare che in rete, in maniera non differente da quanto avviene quotidianamente, prevalgano le tesi più diffuse, se non altro per lo spiccato conformismo alla base del processo di apprendimento umano. La “Verità” è verosimilmente identificata con l’opinione di molti, non diversamente da quanto già accade per l’informazione convenzionale. In questo senso la rete Internet, se confrontata con i suoi concorrenti tradizionali, garantisce solo un maggiore pluralismo, ma, a ben vedere, questo non implica necessariamente un’informazione migliore. La ragione di questo è che, anche in presenza di pluralismo, il destinatario necessita di volontà, tempo per riflettere e senso critico. Se ciò manca, tutti quei fiumi di parole non valgono a nulla.
Nei prossimi anni si assisterà, con tutta probabilità, ad una sfida commerciale, con le nuove tecnologie multimediali che forse sostituiranno i mezzi convenzionali di diffusione delle notizie. Se, tuttavia, non cambierà l’approccio alla notizia, anche l’eventuale conquista di un maggiore pluralismo sarà vana.
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Pubblicato da apatosauro
16 Maggio 2008
Le recenti polemiche sulle esternazioni in video di Marco Travaglio sono un ottimo spunto per riflettere su alcune problematiche relative all’informazione nel nostro paese.
Per prima cosa, a prescindere dalle considerazioni di merito, risalta evidente l’importanza del mezzo televisivo come veicolo d’informazione. Allo stato delle cose le parole scritte sulla carta stampata non hanno la stessa risonanza di quelle pronunciate in televisione, od almeno è questa la convinzione da cui prende le mosse l’azione politica dei nostri governanti.
Occorre poi analizzare la questione calda del dibattito, ovvero la liceità delle affermazioni del giornalista. La questione, in linea teorica, è controversa e si riconduce, nella sostanza, all’idea di giornalismo, camminando il sentiero evanescente della libertà d’informazione. Già, perché, come ogni altra libertà all’altrui presenza, anche questa non può essere assoluta. Il discorso, se ce ne fosse bisogno, è complicato dal fatto che l’informazione oggettiva ed i cosiddetti fatti non esistono e che, quindi, tracciare il confine è talvolta estremamente difficile. Fortunatamente, in questo disordine, la giurisprudenza fornisce gli strumenti per stabilire alcuni punti fissi, che seppure contestabili in linea di principio, devono essere accettati come tali. Qualora la giustizia decida che il comportamento del giornalista è stato illecito, la vittima dovrebbe essere risarcita in modo equo del danno che ha subito. L’eventuale disparità nel trattamento di diffamato e diffamatore (che pure andrebbe sistemata) non giustifica eventuali restrizioni alla libertà d’informazione. Anche la potenziale stoltezza del destinatario dell’informazione non può e non deve essere un alibi della censura. Se il popolo è stolido e credulone, certo non gli giova essere messo in una riserva come fosse una specie protetta.
Detto questo non è vietato criticare la tempistica, l’utilità ed i modi assieme arroganti ed offensivi delle esternazioni di Marco Travaglio.
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Pubblicato da apatosauro
14 Maggio 2008
L’informazione oggettiva non esiste in nessun caso ed in nessun paese. Per definizione le notizie rappresentano la visione che della realtà ha chi la descrive. E’ come guardare il mondo attraverso gli occhi di un altro. Per quanto un giornalista si possa onestamente sforzare, la sua informazione risulterà comunque deformata. Questo è un limite oltre il quale nessun narratore può andare. Anche un resoconto asciutto, senza drammatizzazioni o l’espressione esplicita delle proprie opinioni personali, sottintende una selezione dei fatti da raccontare operata secondo la sensibilità del giornalista.
E’ chiaro che, alla luce di queste considerazioni, l’assenza di un’informazione plurale è un pericolo di gravità inaudita sempre e comunque. La presenza di un’informazione plurale è condizione necessaria ma non sufficiente per maturare decisioni assennate.
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Pubblicato da apatosauro