Carta fondamentale del partito relativista (bozza)

9 Luglio 2008

Questa carta è l’atto costitutivo del partito relativista ed il fondamento del suo statuto.

I rappresentanti e gli iscritti del partito relativista si impegnano solennemente al rispetto dei principi espressi in questa carta fondamentale.

Principi fondanti:

Il partito relativista dubita dell’esistenza di verità necessarie e universali.

Il partito relativista riconosce nel ragionamento logico lo strumento per costruire, a partire da una o più verità arbitrarie, edifici intellettuali che possano essere abitati in contemporanea da più individui raziocinanti consenzienti con la minor probabilità di fraintendimento. Nessuno di questi edifici, come accade per le fondamenta, è necessario od universale. La scelta fra le differenti costruzioni avviene in maniera democratica tramite l’analisi di considerazioni scientifiche sui loro effetti sull’uomo e sull’ambiente che lo circonda.

La premessa, il fulcro, l’attore, il mezzo ed il fine del partito relativista è l’autodeterminazione dell’uomo come individuo membro della collettività e come collettività stessa.

Le leggi per il partito relativista hanno pertanto il solo ed unico scopo di garantire ad ogni individuo in egual misura le condizioni per l’autodeterminazione presente e futura. Le restrizioni sono legittime solo qualora vi sia un conflitto fra l’autodeterminazione di individui differenti e solo nella misura minima necessaria per risolvere in modo equo il conflitto in oggetto. In nessun caso l’autodeterminazione di due o più individui qualsiasi può essere garantita in maniera diseguale. Il partito relativista constata che una società equa e solidale è funzionale alla realizzazione del suo scopo.Le leggi devono essere scritte in un linguaggio comprensibile a tutti gli individui interessati.

Il partito relativista si attiene rigorosamente a criteri di trasparenza e pluralismo, nella constatazione che la circolazione di teorie alternative agevola una scelta critica e ragionata fra di esse. Il partito relativista sceglie di avere fiducia nelle facoltà e nelle possibilità dell’uomo, in virtù della considerazione che una scelta differente implicherebbe l’inutilità, se non la dannosità, della sua autodeterminazione.
Per questi motivi l’organizzazione del partito relativista ha come fondamenta il pensiero critico ed il principio democratico del suffragio.

Il partito relativista pertanto si impegna, con il suo statuto, ad assicurare ai suoi iscritti un modo rigoroso, semplice e trasparente per la selezione dei rappresentanti ed il controllo del loro operato e, sempre nel rispetto delle norme vigenti, a predisporre le procedure per sfiduciare e non ripresentare nelle liste quei rappresentanti che violano questa carta fondamentale o la fiducia concessagli dagli iscritti.

Inoltre il partito relativista si impegna a non interrompere mai per nessun motivo la circolazione di idee fra rappresentanza e base ed a garantire sempre un reciproco controllo equilibrato.

Il partito relativista pensa che nessuna idea debba essere bandita a priori. Il rifiuto consapevole e meditato di un’idea, l’unico della cui solidità valga la pena di fidarsi, non può arrivare per divieto ma dalla discussione razionale dei criteri e delle condizioni che rendono le sue conseguenze indesiderabili. Ogni ostacolo alla libera circolazione di idee ed al pluralismo deve essere tempestivamente rimosso.

Il partito relativista pensa che l’informazione debba essere libera e plurale e che quindi non possa essere assoggettata nel suo complesso a nessuna regola (ad es. commerciale) che non sia legge di stato compatibile con i principi di questa carta.

L’istruzione è un bene fondamentale e deve essere rigorosa, approfondita ed accessibile a tutti in maniera uguale.

La ricerca scientifica deve essere libera ed indipendente e soggetta solamente alla legge di stato compatibile con i principi di questa carta.


Democrazia, autodeterminazione, ipocrisia

5 Luglio 2008

Nessuna norma può essere imposta senza il consenso della maggioranza. Se tale consenso viene meno la norma deve essere riesaminata e se necessario soppressa. Mentre sono in vigore le norme valgono in maniera identica in ogni occasione per ogni soggetto.

Non esistono norme giuste, necessarie, perfette, autoevidenti, sacre, divine, vere. Di conseguenza in democrazia non esiste nessuna ragione per imporre una norma senza il consenso della maggioranza. Se l’autodeterminazione del popolo come insieme ammette eccezioni, la democrazia diventa una bugia, un’illusione. In democrazia, la politica non può essere il lavoro di pochi, il fantino che cavalca il cavallo. Chi lo pensa, chi ha sfiducia nelle capacità del popolo di autodeterminarsi o negli esiti dell’autodeterminazione, ha altre idee per la mente. Per queste persone dirsi democratiche, significa sguazzare, e talvolta affogare, nella propria ipocrisia.


Relativismo e principio d’autorità

4 Luglio 2008

Commento al testo scritto da Guido Copes su “Relativismo e relatività” (il testo originale è riportato così come appare nel blog di jacopomogicato)

“Recentemente, si sente spesso una parola fuoriuscita dai ristretti circoli culturali, che caricata di particolari significati sembra mobilitare due opposti schieramenti. Sto parlando del termine “relativismo”, che è difeso strenuamente da un eterogeneo gruppo di persone, contro una presunta “guerra” mossagli prevalentemente da ambienti religiosi e specificatamente cattolici. Per cercare di capirci qualcosa, è necessario innanzitutto fare un po’ di chiarezza concettuale.

Il relativismo può essere un principio metodologico per la ricerca scientifica, pienamente condivisibile, che impone di affrontare l’oggetto di studio senza preconcetti; oppure un principio etico che raccomanda la neutralità nei confronti delle varie idee, verità, culture ecc., tendendo però a scivolare verso un giudizio di valore: “tutte le idee, le verità, le culture… sono equivalenti”. In questo senso, il relativismo si presta a rivendicazioni anti-autoritarie e anti-gerarchiche, ma può essere usato anche dall’alto, pubblicizzato come neutrale riconoscimento delle differenze, per giustificare politiche segregazioniste o esclusiviste (a questo proposito vedi D. Cuche, La nozione di cultura nelle scienze sociali, il Mulino 2003, pp. 143-147). Un altro problema del relativismo etico è che può portare a una serie di forzature logiche, perché, spesso, affermare che tutte le presunte verità umane sono ugualmente verosimili coincide col ritenere che siano quasi false, o che non esista alcuna certezza. In filosofia, questa convinzione si traduce nella negazione di verità assolute in campo epistemologico.”

Questo è un discorso viziato che nasce da un pregiudizio comune. Il relativismo non è che la percezione del dubbio che circonda l’universalità di ogni “verità”. Se ogni “verità” fosse un faro, il relativismo corrisponderebbe all’incapacità di capire se la luce di quel faro sia visibile oltre la nebbia che l’avvolge. Alternativamente equivarrebbe a chiedersi se attorno a noi non vi siano degli altri fari la cui luce, oscurata dalla nebbia, non riesca a raggiungere i nostri occhi. L’approccio metodologico al relativismo non è unico, le sue conseguenze non sono scontate. C’è chi sceglie di abbattere il faro, chi decide di ignorare la sua ignoranza e di costruirsi la casa attorno al faro, chi, con o senza bussola, lascia il faro e si avventura in mezzo alla nebbia senza sapere bene dove va e cosa l’attende. Ancora una volta occorre sfatare un mito: il relativismo non preclude in alcun modo la possibilità di formulare giudizi. Tutto ciò che implica è il dubbio sull’universalità di quei giudizi. “Verità” e giudizi non possono essere scissi dal loro contesto, valgono per il mondo attorno al faro. Oltre non è dato di sapere.
La pretestuosa distinzione tra relativismo “scientifico” e “etico” nasconde, poi, la volontà di porre l’etica al di fuori di un ragionamento scientifico. Questa è un’operazione perfettamente lecita (e forse anche sensata) che però colloca l’etica in quella buia terra di nessuno in cui le tesi sono tutte equivalenti, perché il modo con cui queste seguono dalle ipotesi non può essere scientificamente verificato. Non c’è nulla di male ad intraprendere questa via, anche se non guasta essere consapevoli che, lungo il percorso, il vento è così forte che le parole, che lasciano la nostra bocca, di rado raggiungono le orecchie di chi percorre strade alternative e viceversa. In questa terra oscura, affastellare spiegazioni, segnali per chi segue, è un esercizio vano, perché tutto può essere disperso o male interpretato.

“Il “relativismo” di cui si sente parlare oggi, da parte di giornalisti, politici e religiosi, spesso è un concetto piuttosto confuso, ma che generalmente propende per l’accezione etica e il giudizio di valore. La sua base teorica è molto varia, oltre che vaga, includendo Protagora e lo scetticismo (a sua volta ampiamente frainteso), Galileo e le acquisizioni degli antropologi culturali (che però tendono a relativizzare il relativismo culturale, affiancandogli secondariamente l’etnocentrismo), il Teorema di Incompletezza di Gödel (1931) ecc. Tuttavia, il suo vero pilastro sembra essere la Teoria della Relatività di Einstein (1905) – vedi l’articolo di Furio Colombo su “Diario”, n. 26 anno X, intitolato Il diavolo relativista –. Ma le cose stanno veramente così?”

Il relativismo come già più volte ripetuto è la naturale incertezza sulla valenza globale delle nostre convinzioni locali. E’ l’ammissione della nostra ignoranza che non necessariamente significa rassegnazione perché ignoriamo anche se ignoreremo. Il relativismo è antico quanto il pensiero, semplice quanto il dubbio. Occorre distinguere la sorgente dal fiume.

“La Teoria della Relatività non è una teoria della conoscenza, bensì una teoria scientifica, nata per cercare di superare le contraddizioni tra la teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell e il precedente quadro meccanicistico. Einstein ipotizza che non esiste un “moto” assoluto, così come non esistono un “tempo” e uno “spazio” assoluti, ovvero, questi concetti sono “relativi”.

Da qui a sostenere che tutti i concetti siano relativi, però, c’è un salto logico inaccettabile. Inoltre, si potrebbe anche essere d’accordo sul fatto che tutte le verità umane siano relative, ma questo ancora non significherebbe negare l’esistenza di principi sempre veri.”

Il relativismo non nega affatto la possibilità dell’esistenza di principi sempre veri. Dubita semmai della possibilità di provare inequivocabilmente che questi siano sempre veri. E se non possono essere provati o verificati universalmente, che piaccia o no, non sono universali. Non valgono a priori oltre la nebbia. Non sono necessari od insostituibili. Il relativismo può essere visto come una sorta di meccanismo di autodifesa del pensiero: propagando il dubbio, la porta resta sempre aperta e la morte lontana.

“Sicuramente, Einstein non ha mai voluto sostenere ciò.

Colombo ritiene che il relativismo sia il fondamento della scienza e dei diritti umani, e sostiene che « al centro di tutto ciò che è cultura e scienza contemporanea sta la celebre affermazione di Einstein nella conferenza di Berlino del 1921: “Nella misura in cui sono certe non si riferiscono alla realtà” ». Stando a questa citazione, la frase che costituirebbe il fondamento della cultura e della scienza contemporanee sarebbe priva di soggetto, ma non è così, ed è probabile che sia stato omesso deliberatamente. Einstein, infatti, non si riferiva a un termine generale del tipo “tutte le convinzioni”, come lascia intendere Colombo, ma semplicemente alle « leggi della matematica », che « nella misura in cui si riferiscono alla realtà non sono certe. E nella misura in cui sono certe, non si riferiscono alla realtà ». Einstein intendeva dire che la matematica ha dei limiti nel descrivere la realtà, e da ciò deriva per gli scienziati la difficoltà di formalizzare ragionamenti che siano non solo validi, perché coerenti al loro interno, ma anche in grado di rendere conto dei fenomeni conosciuti. Continua Colombo: « Al centro di tutto ciò che è libertà e democrazia sta il fondamento irrinunciabile che nessuna verità è più verità di un’altra, che nella vita politica che (sic!) non si possono travalicare e sottomettere i diritti di una persona, che nessuna legge è voluta da Dio ». A parte la condivisibile ma ambigua affermazione sui diritti (quali diritti?, e anch’essi “relativi”?), però, questo non è il pensiero di Einstein, secondo cui « Dio non gioca a dadi con il mondo ».

Einstein era convinto che esistessero principi sempre veri, per così dire stabiliti da Dio, anche se sosteneva che lui li avrebbe concepiti meglio. Il compito degli scienziati è cercare di esprimerli attraverso leggi non dogmatiche, da ricercare e verificare sulla base delle mutevoli conoscenze. Inoltre, Einstein riteneva che fosse possibile unificare tutte le forze della natura in un solo principio, e a questo fine si è indirizzata la maggior parte delle sue ricerche, dalla Relatività Generale alla Teoria dei Campi Unificati. Era così convinto dell’intrinseca razionalità del mondo da opporsi strenuamente all’impostazione probabilistica della meccanica quantistica, che pure aveva contribuito a fondare.”

Idolatrare un uomo non giova alla sua memoria. Il principio di autorità non è un criterio valido per la prova di alcuna tesi. Chi lo sfrutta, fa solo propaganda. Chi lo subisce, prende a noleggio il cervello altrui. La validità di una tesi non dipende infatti in alcun modo dai nomi di coloro che l’hanno partorita.

“La scienza moderna, d’altronde, dal principio di indeterminazione di Heisenberg (1927) in poi, ha riconosciuto semplicemente che la possibilità di conoscenza umana, nel campo teorico, ha dei limiti, ma questo non corrisponde ad affermare che, alla base del sapere, al principio di causalità si sia sostituito quello di casualità, come molti hanno frainteso, al punto da concludere che non esistono certezze, o che l’universo è governato dal caos.”

Il principio di indeterminazione nulla aggiunge e nulla toglie alla nostra  ignoranza originaria. Aggiungere o sottrarre un’indeterminazione ad un dubbio non elimina il dubbio. Non basta che l’universo non sia governato globalmente dal caos per poter provare l’universalità di una verità.

“L’incertezza sull’esistenza di principi sicuri, in ogni caso, non può esimere l’uomo dal ricercare la verità. Se accettiamo l’affermazione attribuita ad Einstein, secondo cui la vera libertà è la conoscenza razionale dei vincoli, allora, con la consapevolezza che non esistono osservatori imparziali, liberi da condizionamenti, possiamo stabilire con sicurezza che il metodo migliore per indagare la verità (per chi non la riconosca rivelata da Gesù e insegnata dalla Chiesa) sia il confronto dialettico del maggior numero di opinioni diverse. Risulta evidente che ciò è l’esatto contrario dello sterile relativismo etico, che ponendo teoricamente tutti sullo stesso piano, di fatto impedisce un vero confronto.”

Questo discorso è evidentemente risibile. Comincia con l’affermazione del dubbio sull’esistenza di principi sicuri, affermando in maniera condivisibile che questa non può esimere l’uomo dalla ricerca di risposte. Poi dopo una breve citazione della costruzione dogmatica di Einstein che è la negazione del dubbio di partenza, afferma, con un’altra capriola, che la consapevolezza dell’incertezza permette di stabilire, senza il minimo dubbio, il metodo migliore per indagare quel principio unico e sicuro della cui esistenza in origine si dubitava. Questo a patto che non si aderisca agli insegnamenti della chiesa, nel qual caso la verità può anche non essere indagata, con buona pace della lode iniziale alla ricerca della verità. Come dire armiamoci tutti, partano i non cristiani. Infine per concludere in bellezza si afferma che il relativismo, ponendo tutto sullo stesso piano, impedisce il confronto, mentre ritenere una sola idea giusta e tutte le altre sbagliate lo alimenta. Come dire la vera democrazia si realizza quando il re comanda ed il popolo schiavo obbedisce e muore: dopotutto se questo è quello che il popolo vuole…

“Resta quindi da chiarire come mai Colombo si sia impegnato tanto nella difesa di un principio così equivoco, al punto da mistificare la verità, o comunque da interpretare liberamente e con superficialità una teoria scientifica. A mio modo di vedere, questo atteggiamento, in realtà piuttosto comune, può essere spiegato riconducendolo alla crisi delle ideologie del mondo contemporaneo. Verosimilmente, molti intellettuali disorientati hanno aderito incondizionatamente a un relativismo assoluto in alternativa all’accettazione della perdita di ogni riferimento, o al riconoscimento di aver creduto in un’idea “sbagliata”. “Relativismo assoluto”, però, è una contraddizione in termini, e infatti per loro il relativismo è diventato l’ultima certezza di fede, l’ultimo idolo. Si capisce quindi il motivo degli attacchi violenti e sistematici alle verità delle religioni (in particolare di quella cattolica), perché non solo esistono da secoli come alternativa alle ideologie sia di destra che di sinistra, ma essendo ritenute rivelate da Dio, sfuggono all’ambito del relativismo, che riguarda le presunte verità umane.”

Ancora una volta il ritornello del “relativismo assoluto”, della “dittatura del relativismo”, del “tutto è relativo tranne che tutto è relativo”. Paradossi in termini che però esprimono a fondo le insicurezze, la paura dell’incerto e dell’ignoto che contraddistinguono chi li usa per denigrare il relativismo. Meglio inventarsi una casetta fatata, illudersi, affogare la mente nell’ipocrisia, credere superstiziosamente di conoscere e poter conoscere un tutto falso e artefatto, che confrontarsi con il profondo disagio che generano le domande senza risposta e la constatazione paradossale che “l’unica certezza è il dubbio”.

“Così facendo, però, quegli intellettuali hanno deliberatamente rinunciato alla loro libertà e alla ricerca, contribuendo al languore della cultura contemporanea e giustificando indirettamente il disimpegno e il qualunquismo, che sono le vere basi “ideologiche” e “culturali” del sistema consumistico-capitalistico.”

Oppure il relativismo potrebbe essere l’ultima strega da bruciare sul rogo. La più recente di una lunga serie di minacce per un controllo medievale che anche nell’età moderna è piuttosto duro a morire. Un modo per colpire ancora una volta l’eterno nemico: il dubbio.

“« Il Kitsch è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio », scriveva Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere. Che cosa resta di Albert Einstein? Alcune frasi celebri, come quelle che ho citato in questo articolo, diverse teorie scientifiche, ma per molti solo un ometto con la pipa e i capelli arruffati che dice: “Tutto è relativo!”. Povero Einstein: la sua teoria più famosa, chiamata Relatività, confusa con un ambiguo relativismo e usata per sostenere l’esatto contrario del suo pensiero!… Eppure, lui non se ne sarebbe stupito più di tanto. « Due cose sono infinite – diceva –: l’universo e la stupidità umana… ».”

Quest’ultima frase, se ce ne fosse stato bisogno, la dice lunga sulla stupidità insita nell’applicazione del principio di autorità: dove sta infatti la prova del fatto che l’universo non ha fine? Le frasi dette da Einstein non sono a priori (e qui nemmeno a posteriori) migliori di quelle di qualunque altro mediocre uomo. In questo caso specifico sono solo quelle di un uomo sconsiderato, che afferma arrogantemente ciò che non sa. Se ha sparato a caso sull’universo, chi ci assicura che non abbia fatto lo stesso con la “stupidità” umana? O forse, tesi più ardita, ha voluto giustificare la seconda affermazione, con la prima?

“In effetti, anche se non lo è, l’uomo corre sempre il rischio di sembrare stupido, o di venire frainteso, in particolare quando cerca di interpretare le teorie scientifiche o le leggi dell’universo, e di comunicare agli altri le sue idee.

Per fortuna, la paura non è mai riuscita a soffocare l’insopprimibile desiderio umano della verità, che nella tradizione della scienza potrebbe essere raggiunta, o almeno intuita, solo mettendo insieme le verità limitate, e quindi “relative”, delle varie persone, a patto di ricercare sempre, come insegna Einstein, l’unità.”

Spesso non fu la paura di sembrare stupidi o quella di essere fraintesi, ma la paura delle persecuzioni derivanti dal fatto di violare le sacrosante “verità” di fede (vedi le scottanti paure di Galileo che osò sostenere tesi eretiche ma che fu probabilmente frainteso).

[...]E fu così che Dio cacciò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre per non aver mangiato la mela dell’albero della conoscenza.[...]


Il relativismo

17 Giugno 2008

Non è raro nella nostra società imbattersi in appassionati appelli alla salvaguardia dei valori tradizionali, ispirati dalla necessità di proteggere dagli assalti del mondo globale il cuore e le radici della nostra identità.
Il pericolo più grande, il mostro da additare a folle e forconi, è il relativismo identificato con qualunquismo, individualismo, ignavia, cedevolezza, amoralità e libertinaggio.
Le conseguenze di una sua diffusione sarebbero catastrofiche: depauperamento, meticciamento, indebolimento, disgregazione, disordine, immobilità, ingovernabilità e anarchia solo per citarne alcune.
Nessuna società, si argomenta, potrebbe sopravvivere a tutto ciò: questa malattia va pertanto combattuta senza se e senza ma, pena il crollo di tutto ciò che si è faticosamente edificato.
Nel frastuono provocato dall’intensità e dalla frequenza di questo tipo di pubbliche esternazioni, è difficile trovare la tranquillità necessaria per ragionare in maniera critica sulla questione.

Il relativismo è semplicemente un modo di guardare il mondo alla luce della possibilità che quello che si sta osservando sia deformato dai nostri stessi “occhi”.
E’ ragionevole supporre che le implicazioni che questa visione può avere non siano definibili a priori, ma dipendano dal modo tramite cui vi ci si accosta.
Così come una bellissima bottiglia può essere riempita con del pessimo vino od una stupefacente scoperta scientifica può essere utilizzata per nuocere a se stessi ed agli altri, anche l’avvicinarsi al relativismo può avere esiti molto differenti.
Tutto dipende dalle conseguenze che si traggono da quella primitiva ragionevole incertezza sull’esistenza di una verità unica ed universale.

La domanda che ora sorge spontanea è se e come, in questo paesaggio che muta a seconda degli occhi che lo guardano, sia possibile gettare le basi per il vivere comune di più uomini. Per rispondere occorre e basta individuare quei criteri condivisi che consentano a più persone di abitare contemporaneamente gli stessi spazi fisici e di pensiero.
Ci si può chiedere, allora, quale sia la differenza con l’assolutismo: non sono forse questi criteri una forma di assoluto? La risposta è no in quanto non sono irrinunciabili, necessari o determinabili a priori. Possono essere concordati a posteriori secondo considerazioni logiche e pratiche e modificati in virtù dei risultati.

Il problema insito nella domanda sta nell’interpretazione del relativismo come l’assenza totale di contenuti. Frasi come “il relativismo rigetta tutti gli assoluti” sono un paradosso inconcludente. Il relativismo consiste nel considerare ogni sistema coerente di assoluti alla stregua di una lente attraverso cui guardare il mondo, nella consapevolezza che ve ne sono molte altre da usare. Potremmo dire che il relativismo non esclude l’assolutismo ma è la collezione di tutti i possibili sistemi coerenti di assoluti, svuotati della loro unicità ed universalità.

Uno stato relativista è possibile. La differenza rispetto ad uno assolutista è che i principi ed i valori in base ai quali si scrivono le leggi sono quelli, e solo quelli, su cui si è trovato accordo diffuso fra i cittadini in base a considerazioni empiriche, logiche e pratiche e non sono determinati dal caso tramite religione e tradizione. E’ la democrazia per eccellenza.
La questione non è dissimile dall’educazione di un bambino: si può dirgli “settimo: non rubare” ovvero che rubare è male e che chi ruba va all’inferno, oppure spiegargli che in una società in cui il furto è permesso si ha la libertà di rubare tanto quanto quella di essere derubati. In considerazione del fatto che il numero di prede supera di gran lunga il numero di predatori, non dovrebbe essere difficile far passare una legge che punisca il furto. Lo stesso per gli omicidi e la maggior parte degli attuali reati.

L’efficienza di uno stato assolutista dipende dall’abilità dei suoi cittadini di conformarsi acriticamente alle sue fondamentali assunzioni (scelte dal caso e mantenute dall’abitudine). L’efficienza di uno stato relativista dipende dalla capacità critica dei suoi cittadini nel costruire, controllare ed aggiornare le sue fondamenta. La scelta del sistema migliore dipende da quello che pensiamo e desideriamo per l’animale uomo.


Democrazia, ragione ed ideologia

8 Giugno 2008

Da Repubblica(07-06-2008 ): La sinistra senza ideologia
NADIA URBINATI

“[...]Ma l´ideologia non è solo fideismo mentre, d’altro canto, non è tramontato il bisogno di ideologia proprio perché le esperienze, le frustrazioni e le speranze che ci portiamo dietro quando andiamo (o non andiamo) a votare hanno bisogno di essere legate in un discorso compiuto che ci consenta di trascendere la nostra esperienza personale per riconoscerci come parte di un progetto pubblico più vasto e per riconoscere i nostri rappresentanti. Un popolo di elettori dissociati non è per se stesso capace di iniziativa politica. Ma una democrazia rappresentativa non è una folla di elettori dissociati come atomi, bensì una collettività di cittadini capaci di iniziativa politica, di giudizio e azione critica. L´iniziativa politica si avvale di un discorso compiuto nel quale gli attori (le idee e i loro portatori) devono poter essere riconoscibili per essere scelti e valutati. Ecco perché le democrazie rappresentative hanno un bisogno strutturale di ideologia. Hanno bisogno di punti di riferimento simbolici o ideali che consentano di raccogliere in unità i nostri interessi concreti e le nostre singole opinioni, distinguendoli da quelli di altri. È semplicemente insensato pensare che la democrazia possa esistere senza ideologie. Insensato e assurdo perché se davvero noi votassimo per candidati con i quali non ci sono legami ideali, non potremmo neppure operare alcun controllo indiretto su di loro, né quindi giudicarne l’operato a fine mandato. Senza una politica delle idee non c’è posto per il mandato politico.[...]“

Un progetto politico serio non può considerare l’elettore come un entità inerte e passiva il cui consenso, fastidiosa ma necessaria condizione per il raggiungimento dello scopo, deve essere opportunamente diretto e incanalato. Le lusinghe dell’ideologismo, la facilità e la velocità dei cambiamenti che promette sono infatti un’arma a doppio taglio, efficace indipendentemente dagli scopi di chi la usa. Affermare che la democrazia non può esistere senza ideologie è un modo per sostenere, senza dire, che il popolo non può e non deve governare. Insinua che il compito del politico è quello di inculcare il proprio scopo in una massa eternamente scema e senza altre speranze (o di omologarsi ad essa). Nega, di fatto, la possibilità dell’esistenza di una democrazia matura.

La convinzione che gli elettori siano come gli ingredienti per fare una torta è diffusa almeno quanto l’illusione che la prelibatezza del risultato finale dipenda solo dall’abilità del cuoco. Tuttavia per essere farina, alla sabbia non basta la convinzione. E, per di più, il popolo non è un oggetto da manipolare ma è l’attore fondamentale e il fine di qualunque processo democratico.

La necessità di riferimenti per le decisioni del cittadino non è una buona scusa per fabbricarne ad arte. La storia, così come c’è stata raccontata, mostra che affidare, tramite l’ideologia, le sorti di un intero paese ad un unico capobranco è avventata e stupida. E’ la vecchia idea dell’aiuto missionario che spesso nasconde il progetto di dominio e controllo, d’instaurazione e conservazione del potere. Secondo questa dottrina, l’aiuto deve essere concepito in modo da non neutralizzare completamente il bisogno (o da crearne di nuovi) perché è di esso che si nutre il controllo. Le sorti del branco sono importanti solo in funzione della sopravvivenza del capobranco.

Il fatto che il popolo, allo stato delle cose, non sia in grado di orientarsi, se non tramite riferimenti ideologici, non autorizza un politico onesto a dimenticare che le persone e le loro sorti sono il fine ultimo di ogni suo progetto. In quest’ottica, la realizzazione di un programma che sacrifichi il suo scopo non ha significato pratico. Egli deve contribuire alla creazione di quelle condizioni che rendano possibili valutazioni razionali che prescindano dai convincimenti ideologici. Investire sull’irrazionalità è una mossa suicida.

Al di fuori dei convincimenti ideologici, non manca la possibilità di valutare e criticare l’azione di una persona, né scarseggiano le opportunità di costruirsi una propria identità. Affermare il contrario è pura propaganda. Si pensi ad esempio alla gestione di un qualunque progetto scientifico od ingegneristico. Gli sforzi sono convogliati nella decisione ragionata dei criteri in base ai quali operare (che poi sono quelli che qualificano il progetto). Una gestione accorta discute della scelta di questi criteri e non dei preconcetti a cui credere preventivamente. Ciò che l’assenza di ideologia cambia in uno stato democratico è che il controllo che il popolo esercita sui suoi governanti non è amministrato in base all’aderenza a questa o quella credenza, ma in virtù della verifica dei risultati in base ai criteri di programma.

In definitiva, ancora una volta, la scelta è quella tra un paese medievale ed un paese moderno, tra un popolo stupido ed uno maturo. Si tratta insomma di decidere se vogliamo sprecare o meno le opportunità che la storia ci regala.


Scienza e consenso

28 Maggio 2008

Il consenso è condizione non necessaria e non sufficiente alla prova di qualsivoglia tesi scientifica: esso nulla toglie e nulla aggiunge alla sua validità.

Chiunque citi l’unanime consenso a sostegno di una tesi non sta facendo scienza ma propaganda politica.


I pregiudizi non pagano

28 Maggio 2008

Supponiamo che al signor G. Marmellata sia affidata la gestione di una grande regione boschiva a forte rischio incendi e che questi, essendo al corrente del pericolo, utilizzi la maggior parte del denaro a propria disposizione per organizzare prevenzione e spegnimento dei fuochi. Il sistema è così efficiente che i focolai, con pochissime eccezioni, sono estinti sul nascere e per anni la tranquillità del bosco resta inviolata. Tuttavia mentre la foresta prospera e, infittendosi, diventa sempre più tenebrosa, crescono a terra solo quelle piante che si accontentano di poca luce. Al riparo dalla pesante devastazione degli incendi, si diffondono abbondantemente quelle specie che sono meno resistenti al fuoco. Inoltre con l’addensarsi della vegetazione, la competizione si fa sempre più selvaggia e, con il tempo, i resti delle vittime si ammassano ai piedi di chi resta. All’ombra delle piante più grandi si accumula, così, materiale combustibile con densità maggiori di quelle che caratterizzavano la regione quando ancora era consumata da frequenti, ma circoscritti, fuochi di moderata intensità.  Inoltre la morte di alcuni alberi permette qua e là una maggiore penetrazione della radiazione solare, che scalda ciò che giace sul terreno. Con il passare del tempo, si formano anche pericolose cataste che collegano il suolo con gli strati più alti della foresta. Un brutto giorno una di queste pile si incendia e, nell’abbondanza di combustibile, il fuoco divampa. I pompieri, anche ostacolati dal selvaggio intrico di vegetali morti, non riescono a contenere le fiamme che, sospinte dal forte vento, divorano il bosco. Quando l’incendio è finalmente domato, la devastazione è impressionante. Il signor G. Marmellata, affranto, si presenta allora in conferenza stampa e, ricordando i grandi successi degli anni della sua gestione, incolpa la sfortuna ed i cambiamenti climatici.

Questa storia è un’invenzione, non prova nulla e non ha la benchè minima pretesa di rigore scientifico. Tuttavia offre uno spunto per riflettere sul fatto che agire su di un sistema complesso in base ai propri pregiudizi non offre alcuna garanzia di risultato.


Evasione fiscale

23 Maggio 2008

La “ricchezza” non si crea né si distrugge. Quando qualcuno guadagna, qualcuno (o qualcosa) perde. Chi non paga le tasse si arricchisce derubando la collettività. E’ un ladro e come tale dovrebbe essere trattato.

Spesso siamo quello che di peggio si dice di noi, ma attenzione che il sogno anarcoide dell’italiano medio resta idilliaco solamente finché c’è qualche pirla che lo può pagare.  Per il parassita, svenare troppo le proprie prede può essere letale.


Ideologia e credenza: una politica che non paga

17 Maggio 2008

La prova che la politica della credenza non sia garanzia di risultato può essere cercata nella ben nota vicenda di Gesù Cristo. Qualunque fosse il suo messaggio originario, quello che è dato sapere è che è stato più volte interpretato e manipolato con gli esiti più disparati. Difficile è immaginare che gli effetti delle prediche fossero quelli realmente auspicati dal predicatore, almeno in considerazione della loro quantità. Ad ogni modo è utile concentrare l’attenzione sul perché siano state possibili tante differenti manipolazioni. E’ possibile ipotizzare che la ragione di ciò sia d’ascriversi alla natura irrazionale del messaggio che è stato tramandato. Importanti in quest’ottica possono essere stati i filtri che hanno raccolto la testimonianza dell’uomo in testi scritti, in grado di superare la prova degli anni. Così come fondamentale può essere stata la selezione che di questi testi è stata fatta in seguito. Occorre chiedersi, però, se e come si sarebbero potute prevenire alcune di quelle libere interpretazioni. La risposta non è facile. Si può però supporre che sarebbe stata più ardua la manipolazione di un ragionamento rigoroso e razionale (per quanto difficilmente realizzabile e recepibile all’epoca) che per arrivare alle conclusioni partisse da assunti primitivi (si pensi ad esempio alla maggiore difficoltà rappresentata dall’alterazione del pensiero contenuto in un testo di geometria dell’antica Grecia). Resta comunque da dire che la possibilità di manipolare con successo un messaggio è tanto minore quanto più senso critico ha il suo destinatario. Ed è opportuno notare che parlare di uomini non è come dimostrare un teorema di geometria.

Quello che rimane evidente è tuttavia l’inopportunità di legare un qualsiasi messaggio ad un movente irrazionale. Quando un convincimento prescinde dalla ragione esso può essere sofisticato in maniera impercettibile senza il minimo sforzo intellettivo.


Il principio di precauzione, la legge e l’informazione

17 Maggio 2008

Il principio di precauzione è spesso applicato a prescindere da una corretta valutazione rischi-benefici. Chi vi ricorre, spesso sedotto dall’urgenza del problema che vuole risolvere, si dimentica di considerare a fondo gli effetti collaterali. Sembra questo il caso di chi per risolvere un’emergenza, propone una soluzione che comporta la violazione della legge. Non è difficile capire come infrangere le regole che sono alla base della costituzione di un sistema allo scopo di preservarlo sia una scelta poco lungimirante.  Spesso si sente dire che il politico deve essere al di sopra di ogni sospetto e che un avviso di garanzia è un buon motivo per lasciare. Le dimissioni per precauzione sono un obbligo morale nel rispetto delle istituzioni e dei cittadini. Tuttavia né la pachidermica lentezza dell’apparato giudiziario né il principio di precauzione possono giustificare la violazione dei diritti fondamentali alla difesa di un qualunque cittadino, politici inclusi.  Infatti a ben vedere, una persona per legge è presunta innocente finché non è provato il contrario. L’unico metodo ortodosso per risolvere la questione è celebrare i processi nel minor tempo possibile sempre però garantendo accusatore ed accusato. Sacrificare sull’altare dell’onestà percepita il principio d’uguaglianza dinnanzi alla legge solo perché il sistema funziona male non può che sortire l’effetto di farlo funzionare ancora peggio. L’anarchia della giustizia fai da te non solo nuoce a chi la subisce e la applica, ma anche compromette pesantemente la credibilità dell’istituzione giudiziaria. Nessuno stato può permettersi di pagare un prezzo così alto, nemmeno se l’alternativa è tenere nelle stanze del potere una persona potenzialmente colpevole per il tempo del processo.

Un’altra questione riguarda il flebile confine che c’è fra la libertà d’informazione e il diritto alla riservatezza del singolo. Molti ritengono che un politico, in considerazione del ruolo che ricopre, non possa godere del diritto alla riservatezza. Si capisce che anche questo non è un sacrificio che uno stato possa compiere tanto alla leggera. “La legge è uguale per tutti” non è un principio che si può applicare a singhiozzo, quando fa comodo o quando è opportuno. E’ un principio che deve valere per tutti. Infrangerlo anche una sola volta per una sola persona, significa minarlo alla base e spogliarlo, di fatto, di ogni suo valore.