Commento al testo scritto da Guido Copes su “Relativismo e relatività” (il testo originale è riportato così come appare nel blog di jacopomogicato)
“Recentemente, si sente spesso una parola fuoriuscita dai ristretti circoli culturali, che caricata di particolari significati sembra mobilitare due opposti schieramenti. Sto parlando del termine “relativismo”, che è difeso strenuamente da un eterogeneo gruppo di persone, contro una presunta “guerra” mossagli prevalentemente da ambienti religiosi e specificatamente cattolici. Per cercare di capirci qualcosa, è necessario innanzitutto fare un po’ di chiarezza concettuale.
Il relativismo può essere un principio metodologico per la ricerca scientifica, pienamente condivisibile, che impone di affrontare l’oggetto di studio senza preconcetti; oppure un principio etico che raccomanda la neutralità nei confronti delle varie idee, verità, culture ecc., tendendo però a scivolare verso un giudizio di valore: “tutte le idee, le verità, le culture… sono equivalenti”. In questo senso, il relativismo si presta a rivendicazioni anti-autoritarie e anti-gerarchiche, ma può essere usato anche dall’alto, pubblicizzato come neutrale riconoscimento delle differenze, per giustificare politiche segregazioniste o esclusiviste (a questo proposito vedi D. Cuche, La nozione di cultura nelle scienze sociali, il Mulino 2003, pp. 143-147). Un altro problema del relativismo etico è che può portare a una serie di forzature logiche, perché, spesso, affermare che tutte le presunte verità umane sono ugualmente verosimili coincide col ritenere che siano quasi false, o che non esista alcuna certezza. In filosofia, questa convinzione si traduce nella negazione di verità assolute in campo epistemologico.”
Questo è un discorso viziato che nasce da un pregiudizio comune. Il relativismo non è che la percezione del dubbio che circonda l’universalità di ogni “verità”. Se ogni “verità” fosse un faro, il relativismo corrisponderebbe all’incapacità di capire se la luce di quel faro sia visibile oltre la nebbia che l’avvolge. Alternativamente equivarrebbe a chiedersi se attorno a noi non vi siano degli altri fari la cui luce, oscurata dalla nebbia, non riesca a raggiungere i nostri occhi. L’approccio metodologico al relativismo non è unico, le sue conseguenze non sono scontate. C’è chi sceglie di abbattere il faro, chi decide di ignorare la sua ignoranza e di costruirsi la casa attorno al faro, chi, con o senza bussola, lascia il faro e si avventura in mezzo alla nebbia senza sapere bene dove va e cosa l’attende. Ancora una volta occorre sfatare un mito: il relativismo non preclude in alcun modo la possibilità di formulare giudizi. Tutto ciò che implica è il dubbio sull’universalità di quei giudizi. “Verità” e giudizi non possono essere scissi dal loro contesto, valgono per il mondo attorno al faro. Oltre non è dato di sapere.
La pretestuosa distinzione tra relativismo “scientifico” e “etico” nasconde, poi, la volontà di porre l’etica al di fuori di un ragionamento scientifico. Questa è un’operazione perfettamente lecita (e forse anche sensata) che però colloca l’etica in quella buia terra di nessuno in cui le tesi sono tutte equivalenti, perché il modo con cui queste seguono dalle ipotesi non può essere scientificamente verificato. Non c’è nulla di male ad intraprendere questa via, anche se non guasta essere consapevoli che, lungo il percorso, il vento è così forte che le parole, che lasciano la nostra bocca, di rado raggiungono le orecchie di chi percorre strade alternative e viceversa. In questa terra oscura, affastellare spiegazioni, segnali per chi segue, è un esercizio vano, perché tutto può essere disperso o male interpretato.
“Il “relativismo” di cui si sente parlare oggi, da parte di giornalisti, politici e religiosi, spesso è un concetto piuttosto confuso, ma che generalmente propende per l’accezione etica e il giudizio di valore. La sua base teorica è molto varia, oltre che vaga, includendo Protagora e lo scetticismo (a sua volta ampiamente frainteso), Galileo e le acquisizioni degli antropologi culturali (che però tendono a relativizzare il relativismo culturale, affiancandogli secondariamente l’etnocentrismo), il Teorema di Incompletezza di Gödel (1931) ecc. Tuttavia, il suo vero pilastro sembra essere la Teoria della Relatività di Einstein (1905) – vedi l’articolo di Furio Colombo su “Diario”, n. 26 anno X, intitolato Il diavolo relativista –. Ma le cose stanno veramente così?”
Il relativismo come già più volte ripetuto è la naturale incertezza sulla valenza globale delle nostre convinzioni locali. E’ l’ammissione della nostra ignoranza che non necessariamente significa rassegnazione perché ignoriamo anche se ignoreremo. Il relativismo è antico quanto il pensiero, semplice quanto il dubbio. Occorre distinguere la sorgente dal fiume.
“La Teoria della Relatività non è una teoria della conoscenza, bensì una teoria scientifica, nata per cercare di superare le contraddizioni tra la teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell e il precedente quadro meccanicistico. Einstein ipotizza che non esiste un “moto” assoluto, così come non esistono un “tempo” e uno “spazio” assoluti, ovvero, questi concetti sono “relativi”.
Da qui a sostenere che tutti i concetti siano relativi, però, c’è un salto logico inaccettabile. Inoltre, si potrebbe anche essere d’accordo sul fatto che tutte le verità umane siano relative, ma questo ancora non significherebbe negare l’esistenza di principi sempre veri.”
Il relativismo non nega affatto la possibilità dell’esistenza di principi sempre veri. Dubita semmai della possibilità di provare inequivocabilmente che questi siano sempre veri. E se non possono essere provati o verificati universalmente, che piaccia o no, non sono universali. Non valgono a priori oltre la nebbia. Non sono necessari od insostituibili. Il relativismo può essere visto come una sorta di meccanismo di autodifesa del pensiero: propagando il dubbio, la porta resta sempre aperta e la morte lontana.
“Sicuramente, Einstein non ha mai voluto sostenere ciò.
Colombo ritiene che il relativismo sia il fondamento della scienza e dei diritti umani, e sostiene che « al centro di tutto ciò che è cultura e scienza contemporanea sta la celebre affermazione di Einstein nella conferenza di Berlino del 1921: “Nella misura in cui sono certe non si riferiscono alla realtà” ». Stando a questa citazione, la frase che costituirebbe il fondamento della cultura e della scienza contemporanee sarebbe priva di soggetto, ma non è così, ed è probabile che sia stato omesso deliberatamente. Einstein, infatti, non si riferiva a un termine generale del tipo “tutte le convinzioni”, come lascia intendere Colombo, ma semplicemente alle « leggi della matematica », che « nella misura in cui si riferiscono alla realtà non sono certe. E nella misura in cui sono certe, non si riferiscono alla realtà ». Einstein intendeva dire che la matematica ha dei limiti nel descrivere la realtà, e da ciò deriva per gli scienziati la difficoltà di formalizzare ragionamenti che siano non solo validi, perché coerenti al loro interno, ma anche in grado di rendere conto dei fenomeni conosciuti. Continua Colombo: « Al centro di tutto ciò che è libertà e democrazia sta il fondamento irrinunciabile che nessuna verità è più verità di un’altra, che nella vita politica che (sic!) non si possono travalicare e sottomettere i diritti di una persona, che nessuna legge è voluta da Dio ». A parte la condivisibile ma ambigua affermazione sui diritti (quali diritti?, e anch’essi “relativi”?), però, questo non è il pensiero di Einstein, secondo cui « Dio non gioca a dadi con il mondo ».
Einstein era convinto che esistessero principi sempre veri, per così dire stabiliti da Dio, anche se sosteneva che lui li avrebbe concepiti meglio. Il compito degli scienziati è cercare di esprimerli attraverso leggi non dogmatiche, da ricercare e verificare sulla base delle mutevoli conoscenze. Inoltre, Einstein riteneva che fosse possibile unificare tutte le forze della natura in un solo principio, e a questo fine si è indirizzata la maggior parte delle sue ricerche, dalla Relatività Generale alla Teoria dei Campi Unificati. Era così convinto dell’intrinseca razionalità del mondo da opporsi strenuamente all’impostazione probabilistica della meccanica quantistica, che pure aveva contribuito a fondare.”
Idolatrare un uomo non giova alla sua memoria. Il principio di autorità non è un criterio valido per la prova di alcuna tesi. Chi lo sfrutta, fa solo propaganda. Chi lo subisce, prende a noleggio il cervello altrui. La validità di una tesi non dipende infatti in alcun modo dai nomi di coloro che l’hanno partorita.
“La scienza moderna, d’altronde, dal principio di indeterminazione di Heisenberg (1927) in poi, ha riconosciuto semplicemente che la possibilità di conoscenza umana, nel campo teorico, ha dei limiti, ma questo non corrisponde ad affermare che, alla base del sapere, al principio di causalità si sia sostituito quello di casualità, come molti hanno frainteso, al punto da concludere che non esistono certezze, o che l’universo è governato dal caos.”
Il principio di indeterminazione nulla aggiunge e nulla toglie alla nostra ignoranza originaria. Aggiungere o sottrarre un’indeterminazione ad un dubbio non elimina il dubbio. Non basta che l’universo non sia governato globalmente dal caos per poter provare l’universalità di una verità.
“L’incertezza sull’esistenza di principi sicuri, in ogni caso, non può esimere l’uomo dal ricercare la verità. Se accettiamo l’affermazione attribuita ad Einstein, secondo cui la vera libertà è la conoscenza razionale dei vincoli, allora, con la consapevolezza che non esistono osservatori imparziali, liberi da condizionamenti, possiamo stabilire con sicurezza che il metodo migliore per indagare la verità (per chi non la riconosca rivelata da Gesù e insegnata dalla Chiesa) sia il confronto dialettico del maggior numero di opinioni diverse. Risulta evidente che ciò è l’esatto contrario dello sterile relativismo etico, che ponendo teoricamente tutti sullo stesso piano, di fatto impedisce un vero confronto.”
Questo discorso è evidentemente risibile. Comincia con l’affermazione del dubbio sull’esistenza di principi sicuri, affermando in maniera condivisibile che questa non può esimere l’uomo dalla ricerca di risposte. Poi dopo una breve citazione della costruzione dogmatica di Einstein che è la negazione del dubbio di partenza, afferma, con un’altra capriola, che la consapevolezza dell’incertezza permette di stabilire, senza il minimo dubbio, il metodo migliore per indagare quel principio unico e sicuro della cui esistenza in origine si dubitava. Questo a patto che non si aderisca agli insegnamenti della chiesa, nel qual caso la verità può anche non essere indagata, con buona pace della lode iniziale alla ricerca della verità. Come dire armiamoci tutti, partano i non cristiani. Infine per concludere in bellezza si afferma che il relativismo, ponendo tutto sullo stesso piano, impedisce il confronto, mentre ritenere una sola idea giusta e tutte le altre sbagliate lo alimenta. Come dire la vera democrazia si realizza quando il re comanda ed il popolo schiavo obbedisce e muore: dopotutto se questo è quello che il popolo vuole…
“Resta quindi da chiarire come mai Colombo si sia impegnato tanto nella difesa di un principio così equivoco, al punto da mistificare la verità, o comunque da interpretare liberamente e con superficialità una teoria scientifica. A mio modo di vedere, questo atteggiamento, in realtà piuttosto comune, può essere spiegato riconducendolo alla crisi delle ideologie del mondo contemporaneo. Verosimilmente, molti intellettuali disorientati hanno aderito incondizionatamente a un relativismo assoluto in alternativa all’accettazione della perdita di ogni riferimento, o al riconoscimento di aver creduto in un’idea “sbagliata”. “Relativismo assoluto”, però, è una contraddizione in termini, e infatti per loro il relativismo è diventato l’ultima certezza di fede, l’ultimo idolo. Si capisce quindi il motivo degli attacchi violenti e sistematici alle verità delle religioni (in particolare di quella cattolica), perché non solo esistono da secoli come alternativa alle ideologie sia di destra che di sinistra, ma essendo ritenute rivelate da Dio, sfuggono all’ambito del relativismo, che riguarda le presunte verità umane.”
Ancora una volta il ritornello del “relativismo assoluto”, della “dittatura del relativismo”, del “tutto è relativo tranne che tutto è relativo”. Paradossi in termini che però esprimono a fondo le insicurezze, la paura dell’incerto e dell’ignoto che contraddistinguono chi li usa per denigrare il relativismo. Meglio inventarsi una casetta fatata, illudersi, affogare la mente nell’ipocrisia, credere superstiziosamente di conoscere e poter conoscere un tutto falso e artefatto, che confrontarsi con il profondo disagio che generano le domande senza risposta e la constatazione paradossale che “l’unica certezza è il dubbio”.
“Così facendo, però, quegli intellettuali hanno deliberatamente rinunciato alla loro libertà e alla ricerca, contribuendo al languore della cultura contemporanea e giustificando indirettamente il disimpegno e il qualunquismo, che sono le vere basi “ideologiche” e “culturali” del sistema consumistico-capitalistico.”
Oppure il relativismo potrebbe essere l’ultima strega da bruciare sul rogo. La più recente di una lunga serie di minacce per un controllo medievale che anche nell’età moderna è piuttosto duro a morire. Un modo per colpire ancora una volta l’eterno nemico: il dubbio.
“« Il Kitsch è la stazione di passaggio tra l’essere e l’oblio », scriveva Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere. Che cosa resta di Albert Einstein? Alcune frasi celebri, come quelle che ho citato in questo articolo, diverse teorie scientifiche, ma per molti solo un ometto con la pipa e i capelli arruffati che dice: “Tutto è relativo!”. Povero Einstein: la sua teoria più famosa, chiamata Relatività, confusa con un ambiguo relativismo e usata per sostenere l’esatto contrario del suo pensiero!… Eppure, lui non se ne sarebbe stupito più di tanto. « Due cose sono infinite – diceva –: l’universo e la stupidità umana… ».”
Quest’ultima frase, se ce ne fosse stato bisogno, la dice lunga sulla stupidità insita nell’applicazione del principio di autorità: dove sta infatti la prova del fatto che l’universo non ha fine? Le frasi dette da Einstein non sono a priori (e qui nemmeno a posteriori) migliori di quelle di qualunque altro mediocre uomo. In questo caso specifico sono solo quelle di un uomo sconsiderato, che afferma arrogantemente ciò che non sa. Se ha sparato a caso sull’universo, chi ci assicura che non abbia fatto lo stesso con la “stupidità” umana? O forse, tesi più ardita, ha voluto giustificare la seconda affermazione, con la prima?
“In effetti, anche se non lo è, l’uomo corre sempre il rischio di sembrare stupido, o di venire frainteso, in particolare quando cerca di interpretare le teorie scientifiche o le leggi dell’universo, e di comunicare agli altri le sue idee.
Per fortuna, la paura non è mai riuscita a soffocare l’insopprimibile desiderio umano della verità, che nella tradizione della scienza potrebbe essere raggiunta, o almeno intuita, solo mettendo insieme le verità limitate, e quindi “relative”, delle varie persone, a patto di ricercare sempre, come insegna Einstein, l’unità.”
Spesso non fu la paura di sembrare stupidi o quella di essere fraintesi, ma la paura delle persecuzioni derivanti dal fatto di violare le sacrosante “verità” di fede (vedi le scottanti paure di Galileo che osò sostenere tesi eretiche ma che fu probabilmente frainteso).
[...]E fu così che Dio cacciò Adamo ed Eva dal paradiso terrestre per non aver mangiato la mela dell’albero della conoscenza.[...]